venerdì 15 giugno 2012

Assegno di mantenimento,criteri,natura dell'assegno,a chi spetta,adeguamento e sospensione


GERMANO PALMIERI
Motivo di ulteriore contrasto nelle separazioni giudiziali è l’assegno di mantenimento, vale a dire l’importo che un coniuge deve corrispondere all’altro per il proprio mantenimento (se questi non ha reddito o ne ha uno insufficiente) e/o per quello dei figli che gli siano stati affidati dal giudice.
Criteri per la quantificazione dell'assegno
Questo importo varia ovviamente da caso a caso, in relazione alla rispettiva disponibilità di reddito dei coniugi, e all’età e al numero dei figli, e nel determinarlo il giudice non è tenuto a distinguere quanto spetti al coniuge affidatario e quanto ai figli, poiché tale assegno si ricollega ad un credito iure proprio del primo, anche per la parte inerente alle esigenze di vita dei secondi (Cass. 7 marzo 1984, n. 1589).
Natura dell'assegnoL’assegno concesso a un coniuge per il mantenimento dei figli minori non può avere natura forfetaria, nel senso di includere anche le spese straordinarie; alcune di queste, infatti, possono essere non solo imprevedibili ma imponderabili, per cui ricomprenderle forfetariamente nell’assegno potrebbe determinare una compressione delle esigenze del minore, nei casi in cui il loro soddisfacimento richieda un intervento economico straordinario (App. Napoli 6 giugno 2008, n. 2201).

A chi spetta
L’assegno di mantenimento viene disposto dal giudice in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione medesima e che non disponga di adeguati redditi propri, in presenza di una disparità economica fra i due coniugi; con la conseguenza che, al coniuge cui non sia stata addebitata la separazione, il mantenimento spetta nel concorso delle altre condizioni, a prescindere dal fatto che la separazione sia stata pronunciata con o senza addebito all’altro coniuge (Cass. 5 novembre 1987, n. 8153); al coniuge, invece, cui sia addebitabile la separazione, l’assegno di mantenimento non spetta neppure se privo di mezzi di sostentamento (Cass. 15 febbraio 2008, n. 3797); egli, pertanto, avrà diritto soltanto agli alimenti.
Alimenti e mantenimento
Gli alimenti (art. 433 c.c.) si fondano sul vincolo di solidarietà che lega, o almeno dovrebbe legare, le persone fra le quali corre taluno dei rapporti indicati dalla legge: per es. coniugio, parentela e affinità entro certi gradi. Qualora si verifichi lo stato di bisogno dell’avente diritto (si deve trattare di persona compresa fra quelle indicate dalla legge e comunque non in grado di provvedere a se stessa), l’obbligato - o, se vi sono più obbligati, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze - può scegliere fra il corrispondere all’alimentando un assegno a questo titolo, oppure accoglierlo e mantenerlo nella propria casa. L’obbligo di somministrare gli alimenti viene meno, fra l’altro, se muore l’obbligato o se cessa lo stato di bisogno dell’avente diritto.
Il diritto agli alimenti ha natura patrimoniale (ossia ha un contenuto economicamente valutabile), ma a differenza degli altri diritti patrimoniali non è cedibile, essendo intimamente connesso, come già detto, allo stato di bisogno del titolare.
Concetto più ampio di alimenti è quello di mantenimento, consistente non nel somministrare all’avente diritto di che vivere, ma nell’assicurargli un tenore di vita proporzionato alla propria condizione economica; rientrano così nel concetto, per esempio, l’abbigliamento, l’istruzione, i mezzi di trasporto e di comunicazione (Cass. 11 dicembre 2008, n. n. 45809).
La quantificazione dell’assegno di mantenimento
Ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento dovuto dai genitori in favore dei figli minori o comunque non economicamente autosufficienti ancorché maggiorenni, la capacità economica di ciascun genitore va determinata con riferimento al rispettivo complesso patrimoniale, costituito, oltre che dai redditi di lavoro subordinato o autonomo, da ogni altra forma di reddito o utilità, quali il valore dei beni mobili o immobili posseduti, le quote di partecipazione sociale, i proventi di qualsiasi natura percepiti (Cass. 3 luglio 1999, n. 6872).
Non ha invece alcuna rilevanza il fatto che il coniuge richiedente l’assegno sia titolare di un patrimonio in nuda proprietà, trattandosi di cespiti per lui non produttivi di reddito (Cass. 27 agosto 2004, n. 1718).
In precedenza la stessa Cassazione (sentenza n. 5446 del 19 ottobre 1981) aveva stabilito che nel concetto di reddito vanno compresi non solo gli utili in denaro, ma anche le utilità suscettibili di valutazione economica; così, se il coniuge tenuto a corrispondere l’assegno concede all’altro l’uso di una casa di abitazione, questa utilità è valutabile in misura pari al risparmio della spesa che occorrerebbe sostenere per godere dello stesso immobile a titolo di locazione.
L'acquisto di una barca di maggior pregio e valore della precedente è stato ritenuto (Cass. 25 settembre 2003, n. 14252) elemento utile ai fini della valutazione dell’adeguatezza dei redditi per determinare l'assegno di mantenimento in favore del coniuge cui non era stata addebitata la separazione.
Indagini del Fisco
Ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento, in caso di contestazione il giudice può incaricare la polizia tributaria di svolgere le opportune indagini; fra l’altro il contenuto della dichiarazione dei redditi può essere documentalmente smentito: per es. attraverso una visura camerale o ipotecaria (App. Roma 16 luglio 2008, n. 3077).
Tenore di vitaDal punto di vista del coniuge destinatario dell’assegno, il tenore di vita che questi ha il diritto di mantenere non è quello di fatto consentitogli dall’altro coniuge prima della separazione, ma quello che l’altro coniuge avrebbe dovuto consentirgli in base alle sue sostanze; pertanto, se uno dei coniugi, sottraendosi all’obbligo di contribuire, in proporzione ai propri mezzi economici, alle esigenze della famiglia, fa vivere l’altro coniuge in ristrettezze, o comunque non gli assicura un tenore di vita corrispondente a quello che ragionevolmente potrebbe permettere a sé e alla sua famiglia, l’altro coniuge, una volta separatosi, può pretendere per il proprio mantenimento un assegno proporzionato alla posizione economica del consorte, indipendentemente dal tenore di vita tollerato prima della separazione (Cass. 18 agosto 1994, n. 7437).
Può però accadere che le condizioni economiche del coniuge tenuto al pagamento dell’assegno di mantenimento non consentano al coniuge destinatario dello stesso di conservare lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, per cui sarà il giudice a quantificare il dovuto in relazione alle condizioni economiche dell’obbligato e alle altre circostanze richiamate nel secondo comma dell’art. 156 c.c. (Cass. 28 aprile 2006, n. 9878).
Se poi, prima della separazione, i coniugi avevano concordato, o quanto meno accettato, che uno dei due non lavorasse, ciò vale anche per dopo la separazione, poiché questa, a differenza del divorzio, tende a conservare il più possibile gli effetti del matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza, e quindi anche il tenore e il tipo di vita di ciascun coniuge (Cass. 19 marzo 2004, n. 5555).
A proposito di lavoro, in mancanza di un accordo del tipo sopra indicato, l’attitudine al lavoro in capo al coniuge destinatario dell’assegno, come potenziale capacità di guadagno, è un elemento valutabile dal giudice per definire la misura dell'assegno, ma il suo mancato sfruttamento non equivale ad un reddito attuale, né lascia presumere il rifiuto di propizie occasioni di reddito (Cass. 2 luglio 2004, n. 12121); l'inattività lavorativa, quindi, non è necessariamente indice di scarsa diligenza nella ricerca di un lavoro, almeno finché non sia provato il rifiuto di una concreta opportunità di occupazione: solo in tal caso, quindi, lo stato di disoccupazione potrebbe essere interpretato come rifiuto o non avvertita necessità di un reddito che condurrebbe ad escludere il diritto di ricevere dal coniuge, a titolo di mantenimento, le somme che il richiedente avrebbe potuto ottenere quale retribuzione per l'attività lavorativa rifiutata o cessata senza giusto motivo.
Tornando alla quantificazione dell’assegno, si deve tener conto, oltre che della durata dell’unione coniugale, dell’eventuale apporto fornito dal coniuge richiedente al miglioramento delle condizioni familiari: sia in termini di conservazione o incremento dei mezzi a disposizione del nucleo familiare, sia in termini di rinuncia ad una propria affermazione socio-economica (App. Roma 16 luglio 2004, n. 3350). In particolare, se la durata del matrimonio è stata breve (ma nel periodo dev’essere compreso anche quello di separazione), questa circostanza non preclude, ricorrendone i presupposti, il diritto all’assegno di mantenimento, ma può semmai incidere, come già detto, ai fini della sua quantificazione (Cass. 16 dicembre 2004, n. 23378).
Circa il momento da prendere in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno, si deve avere riguardo alla condizione delle parti quale risulta al momento della pronuncia della separazione e non riferita ad epoche precedenti eventualmente caratterizzate da una diversa capacità di reddito (Cass. 4 settembre 2004, n. 17901, con riferimento all’assegno di divorzio). Se però il reddito futuro dell’obbligato è prevedibile in quanto prevalentemente legato all’anzianità di servizio, nel quantificare l’assegno il giudice può tener conto di questo elemento (Cass. 27 agosto 2004, n. 17128).
Per quanto riguarda la ripartizione tra i figli dell’assegno di mantenimento loro dovuto dal genitore non affidatario, il Tribunale di Torino (sentenza del 16 giugno 1986) ha stabilito che essa va operata non in misura uguale per ciascun figlio, ma in misura congruamente maggiore per il figlio più giovane ed in misura decrescente per gli altri figli, in proporzione inversa alla loro età.
Adeguamento, sospensione e riduzione dell’assegno 
L’assegno di mantenimento è automaticamente adeguato agli indici ISTAT o ad altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.
Il genitore non affidatario della prole non può pretendere di sospendere il pagamento dell’assegno nei periodi in cui i figli, in attuazione delle modalità di visita disposte dal giudice,si trovano presso di lui ed egli provvede pertanto in modo esclusivo al loro mantenimento; è stato infatti ritenuto (Cass. 17 gennaio 2001, n. 566) che, in mancanza di diverse disposizioni, ilcontributo per il mantenimento dei figli minori, determinato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario, non costituisce il mero rimborso delle spese da questi sostenute nel mese corrispondente, ma rata mensile di un assegno annuale, determinato tenendo conto di ogni altra circostanza emergente dal contesto, in funzione delle esigenze della prole rapportata all’anno.
Con una precedente decisione (la n. 11138 del 13 dicembre 1996) la Cassazione aveva considerato ammissibile, per i periodi in cui i figli vivono con il genitore non affidatario, una riduzione proporzionale dell’assegno, avuto riguardo ai maggiori oneri da lui sostenuti e alle corrispondenti minori spese (specialmente per vitto e per cure quotidiane) sostenute negli stessi periodi dal genitore affidatario.
Sempre in materia di affidamento, il fatto che questo sia condiviso non esclude l’obbligo del versamento di un contributo qualora sussistano i presupposti a favore del genitore col quale i figli convivono: dall’affidamento condiviso, infatti, non deriva, automaticamente, il principio per il quale ciascun genitore provvede direttamente e autonomamente alle esigenze dei figli (Cass. 27 febbraio 2006, n. 18187).
Le spese straordinarie
Come anche ribadito dal Tribunale di Taranto con sentenza del 9 maggio 2000, se si verifica la necessità di far fronte a bisogni che superino le normali esigenze di vita dei figli, le relative spese vanno sostenute da entrambi i coniugi. Se però si tratta d’iscrivere un figlio ad una scuola privata particolarmente costosa rispetto al reddito dei genitori, anche in considerazione della presenza di uno o più altri figli, la relativa decisione dev’essere presa d’accordo fra i coniugi, trattandosi di spesa di carattere straordinario (Trib. Torino 4 febbraio 2004, n. 655).
Quando il figlio diventa maggiorenne
Il raggiungimento della maggiore età dei figli senza l’acquisizione di indipendenza economica non estingue il diritto del genitore convivente a pretendere l’assegno di mantenimento in concorso alternativo coi figli (Cass. 8 settembre 1998, n. 8868).
Se però il figlio maggiorenne, già beneficiario di assegno di mantenimento in sede di separazione fra i genitori, raggiunge l’indipendenza economica con conseguente cessazione dell’obbligo, da parte del genitore, di continuare a corrispondere l’assegno, e successivamente abbandona volontariamente il lavoro, non può pretendere il ripristino dell’assegno, dovendosi accontentare dei soli alimenti (Trib. Torino 16 settembre 2004, n. 34569, conf. App. Roma 5 settembre 2006, n. 3695, che ha considerato ininfluente, ai fini del ripristino dell’assegno di mantenimento, il sopraggiungere di circostanze che privino il figlio del lavoro e quindi del sostegno economico, fermo restando, in capo a questi, il diritto agli alimenti).
La sospensione dell’assegno nei confronti del figlio maggiorenne che lavori non può però essere disposta unilateralmente dal genitore obbligato, me necessita di un provvedimento del giudice (Trib. Bologna, ordinanza 4 giugno 2007).
La revisione dell’assegno
Se, in epoca successiva a quella in cui l’assegno per il mantenimento dei figli è stato quantificato dal giudice o concordato fra le parti, si verificano mutamenti nella situazione economica dei coniugi tali da suggerire la revisione dell’assegno, ciascuno di questi può prendere l’iniziativa per adeguare l’importo alla mutata condizione (Cass. 3 maggio 1989, n. 2054).
La Cassazione, modificando un precedente orientamento, scolpito nella sentenza n. 1689 dell’8 marzo 1983, con sentenza n. 996 del 4 febbraio 1987 ha stabilito che il coniuge affidatario dei figli, che chieda la revisione dell’assegno di mantenimento divenuto insufficiente, non è tenuto a provare l’aumento dei redditi dell’obbligato, ma è questi che deve provare che le sue entrate non sono tali da rendere possibile l’adeguamento.
Se poi la domanda di adeguamento dell’assegno è rivolta al coniuge cui era stata addebitata la separazione, questi non può sostenere, per sottrarsi al pagamento dell’aumento, che il coniuge richiedente è tenuto ad impegnarsi in una qualche attività lavorativa, pur se privo di qualificazione professionale specifica, se nel periodo di convivenza il suo impegno era limitato, con il più ampio consenso dell’altro coniuge, all’attività di lavoro casalingo (Trib. Monza, 4 luglio 1984).Sempre a proposito di lavoro, il coniuge tenuto alla corresponsione dell’assegno può chiederne la riduzione dimostrando che l’altro lavora in nero (Cass. 12 dicembre 2003, n. 19042).
Assegno di mantenimento e violazione degli obblighi di assistenza familiare
Il mancato versamento dell’assegno da parte del coniuge obbligato può dar luogo al reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, punito dal secondo comma, n. 2), dell’art. 570 c.p. (far mancare i mezzi di sussistenza ai familiari in esso indicati) con la reclusione fino a un anno e con la multa da 132 a 1.032 euro; affinché si realizzi il reato, quindi, occorre che il destinatario dell’assegno versi in oggettivo stato di bisogno; in base a questo principio non è stato ritenuto penalmente perseguibile (Cass. 10 aprile 2001) il coniuge che, tenuto a versare mensilmente alla moglie separata, a titolo di assegno di mantenimento della stessa e di tre figli minori, la somma di lire dieci milioni, aveva versato somme largamente inferiori, consentendo però nel contempo, ai suddetti familiari, l’uso gratuito di una lussuosa abitazione.
Successivamente la stessa Cassazione (sentenza n. 22703 del 27 aprile 2007) ha statuito che, il genitore obbligato che ometta di versare all’altro coniuge l’assegno stabilito in sede di separazione giudiziale per il mantenimento del figlio minore risponde del reato di cui sopra indipendentemente dal fatto che al mantenimento abbiano fatto fronte l’altro coniuge con l’aiuto di altri congiunti; ciò, infatti, non elimina lo stato di bisogno in cui versa il soggetto passivo, ma ne costituisce la prova.
Con una successiva decisione (n. 25591 del 23 giugno 2008) la Cassazione ha stabilito che il reato si configura per la semplice omissione della corresponsione dell'assegno nella misura disposta dal giudice, indipendentemente dalla condizione di bisogno del beneficiario.
Il GUP presso il Tribunale di Crotone (sentenza n. 118 dell’8 agosto 2008) ha escluso il reato nel caso di ritardo, nell’erogazione dell’assegno al coniuge in favore della figlia minore, circoscritto a sole tre mensilità, in un contesto in cui l’obbligato, invalido al 100%, aveva sempre pagato puntualmente.
Con una successiva decisione (n. 45273 dell’11 novembre 2008) la Suprema Corte ha escluso la violazione penale nel caso di assolta incapacità economica dell’obbligato, purché a questi non ascrivibile.
Il coniuge che eccepisca il proprio stato di disoccupazione a giustificazione della mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento deve provare che questa condizione non è dipesa da sua volontà; pertanto, se egli si licenzia senza ricercare un nuovo lavoro, e non sussiste uno stato patologico di malattia accertato, è imputabile del reato (Trib. Genova 20 febbraio 2004, n. 509).
In questa ottica, le difficoltà economiche in cui versi l’obbligato non escludono la sussistenza del reato, qualora non risulti provato che dette difficoltà si sono tradotte in una vera e propria indigenza e nella conseguente impossibilità di adempiere, sia pure parzialmente, all’obbligazione (Trib. Roma 4 giugno 2004, n. 13466): l’incapacità economica dell’obbligato, in altri termini, dev’essere assoluta e incolpevole, e da questi rigorosamente provata (Cass. 19 maggio 2005, n. 32540).
Se poi i coniugi hanno raggiunto un accordo sull’entità dell’assegno da corrispondere per il mantenimento dei figli, l’intervenuto stato di disoccupazione dell’obbligato non lo esonera dal corrispondere le mensilità già maturate, mentre può giustificare un’istanza di sospensione o di riduzione dell’efficacia di tali accordi con effetto dal momento dell’istanza (Trib. Monza 22 giugno 1990).
Concludiamo sul punto con una sentenza del Tribunale di Genova (n. 2859 del 7 novembre 2003) in materia di rapporti fra coniugi di diversa nazionalità: il fatto che il diritto islamico consenta al marito di ripudiare la moglie e di sottrarsi agli obblighi nascenti dal matrimonio non ha alcun rilievo ai fini della configurabilità del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare commesso in Italia, di cui sia accertata la sussistenza.
La prescrizione del diritto
Per quanto riguarda la decorrenza del termine di prescrizione del diritto a ricevere l’assegno di mantenimento, la Cassazione (sentenza n. 6975 del 4 aprile 2005) ha precisato che il diritto alla corresponsione dell’assegno per il coniuge, così come il diritto agli assegni di mantenimento per i figli, in quanto aventi ad oggetto prestazioni autonome, distinte e periodiche, non si prescrivono a decorrere da un unico termine rappresentato dalla data della pronuncia della sentenza di separazione o di divorzio, ma dalle singole scadenze delle prestazioni dovute, in relazione alle quali sorge di volta in volta il diritto all’adempimento.
Assegno di mantenimento e ipoteca
La sentenza di separazione, al pari di quella di divorzio, costituisce titolo per l’iscrizione d’ipoteca sui beni del coniuge tenuto al versamento dell’assegno di mantenimento. In entrambi i casi il coniuge obbligato al pagamento può, previo accertamento delle sue condizioni economiche, ottenere dal giudice l’ordine di cancellazione dell’ipoteca ai sensi dell’art. 2884 c.c. (Cass. 6 luglio 2004, n. 12309).

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